For now I am winter, la musica algida di Ólafur Arnalds

For now I am winter, la musica algida di Ólafur Arnalds

Cuore nella tormenta

Elettronica e classicismo: come possono convivere due facce opposte della musica

Olafur Arnalds - For now I am winter

Ascoltare un disco di Ólafur Arnalds può fare lo stesso effetto dell’aprire la scatola dei ricordi che avevamo riposto in soffitta al fine di preservarla dall’inclemenza del tempo. Così scopriamo ciò che non ricordavamo, ma che avremmo sempre voluto riascoltare.

E’ uscito lo scorso 26 febbraio For now I am winter, l’ultimo lavoro dell’artista islandese, classe 1986 ma già al suo settimo disco. Suona da polistrumentista batteria, piano, chitarra e banjo, oltre alla strumentazione elettronica che deve essere considerata alla pari di uno strumento musicale classicamente inteso. Nel 2008 lo abbiamo visto in tour con i suoi connazionali Sigur Rós, e dal successo che ne è conseguito (spesso con teatri pieni) la sua produzione conta la media di un disco l’anno.

Se è vero che siamo quel che mangiamo, allora è vero che le orecchie di Arnalds si sono cibate di una commistione di suoni classici e suoni naturali, che nel suo caso sono quelli dell’inverno perenne dell’isola islandese. E così l’effetto straniante, per il primo ascolto, potrebbe essere quello di trovarsi all’interno di una caverna ghiacciata; i suoni concreti di gocce sorde d’acqua che cadono, i loro rimbombi, lastre di ghiaccio che stridono come violini, lame di vento gelido che sibilano fra le crepe. Eppure tutto è pervaso da un calore sostanziale che ne diventa cifra stilistica; anche la brina viene spazzata via dalla calda voce del cantante Arnór Dan Arnarson, filo conduttore di una passeggiata invernale che tocca punti inesplorati e sempre diversi della musicalità umana. Registro da contralto per una voce maschile, non capita spesso. Ma forse è anche questo un ingrediente per la ricetta dello straniamento prodotto, della malleabilità di un suono che entra nelle ossa infreddolite come un fuoco ristoratore.

Voce calda per una musica d’ambientazione algida; e quando, dopo il primo ascolto, si scioglie il ghiaccio (è il caso di dirlo), si scopre che questa musica, spesso sintetica, muove corde inusuali della ricerca artistica. E’ vero che sono quasi settanta anni che si parla di sperimentazione, e ci si chiede quando mai debba finire il periodo di rodaggio per questa musica che vede le sue origini nel secondo dopoguerra. Però, in questo caso, la modernità elettronica si accompagna in una sorta di contrappunto con la classicità di alcune orchestrazioni e accompagnamenti.

Musica neoclassica, è stata definita; però si deve porre attenzione a non fare riferimento al neoclassicismo storico. Qui neoclassico significa che si ispira a qualcosa di classico, che dietro ai suoni sintetici c’è anche un suono di pianoforte, di violino, di fiati, architettati come si faceva quando l’elettronica non esisteva. In fondo, la musica è una specie di chimica dei suoni; cosa li produca importa poco, quel che conta sono le sensazioni che ispirano.

Freddo e calore, dunque, sembrano essere i motivi ricorrenti di questo disco. L’apertura di Sudden throw utilizza un crescendo, parte dal nulla per uscire fuori in dinamica e velocità. Parrebbe un Bolero raveliano di suoni naturali, la natura finora sopita aumenta le sue manifestazioni fino a degenerare; dalla caverna ghiacciata ora non si può più uscire.

Brim utilizza cellule ritmiche e una armonia essenziale su pochi accordi; non esiste una melodia vera e propria se non quella sottintesa naturalmente dalla sequenza accordale. Archi incalzanti esplodono in una pace improvvisa, un violino lamenta melodicamente la sua presenza malinconica, sembra stia ricordando qualcosa con un respiro classicista.

Il titolo del disco proviene dalla traccia For now I am winter. Note lontane di corni muggenti percorrono un tappeto ritmico pulsante. La melodia emerge dalle acque armoniche portando con sé la voce maschile, che si sdoppia, si triplica in un canto unitario.

Ancora una intuitiva sequenza accordale introduce A stutter. La melodia nasce da lì e trascina di nuovo la voce nel suo autoriprodursi. Un violino evocativo vola su un magico tappeto d’archi trasportando anche la voce, che insegue il violino in un contrappunto a volte dal sapore irlandese.

Con Words of amber si hanno i maggiori punti di contatto con il pianismo classico, forse con la rarefazione di Satie. E’ arpeggio in volo planare, etereo, per la mancanza di un basso che possa contestualizzare un discorso armonico. E’ un albatro che vola sui ghiacciai senza meta apparente, fin dove arriva l’orizzonte, e oltre ancora. Ma non si vede più.

In Reclaim la voce guadagna maggiore autonomia rispetto al tessuto strumentale permettendole di concentrarsi sul testo. Si può cominciare a parlare di forma canzone, seppur in forma molto allargata. La voce si moltiplica in alcuni dei suoi registri possibili, partendo dalle estensioni più acute, più antiche, per finire miscelata a quelle medie, più moderne. Sotto a tutto questo una base elettroacustica con inserti di archi.

L’apice della dilatazione si raggiunge in Hands, be still, struggente brano evocativo composto da poche note di un languido suono di violino senza epoca che evoca una lontananza. Note singole e bicordi ricostruiscono l’accordo melanconico, che è solo un ricordo, è distante nello spazio e nel tempo. E’ musica di una slitta che scivola su un deserto ghiacciato.

Con Only the winds l’atmosfera si fa minimalista, l’utilizzo di cellule ricorrenti rimanda alle creazioni di Steve Reich e Philip Glass. Il pianoforte propone accordi spezzati, una ritmica battente arriva da lontano cavalcando gli ottavi su rumori di spari o di rami spezzati. Violini che si allontanano e ci allontanano dal luogo dell’azione e sbiadiscono all’orizzonte.

Old skin si apre con un obbligato di pianoforte insistito sul registro più alto che accompagna da vicino la voce, anch’essa nel registro medio-alto. Ma è proprio il canto a rischiarare il crepuscolo. Fugaci intermezzi di archi cantano come uccelli intirizziti dal freddo. E’ qui che il cantato si fa più melodico che altrove, questa si può davvero definire una canzone.

Dall’intermezzo con violini barocchi di We (too) shall rest si passa al successivo The place was a shelter: l’intro su accordi rarefatti di pianoforte prepara l’arrivo di ritmica e percussioni elettroniche, poi dei suoni pseudoconcreti di onde su scogli e gabbiani. Spruzzi di violini a condire tutto di acqua salmastra.

Carry me anew ci accompagna al tramonto finale, i suoni si sopiscono lontani, come a richiamare il primo brano del disco, da rarefatti diventano aerei, poi si spengono nel nulla che li ha creati. Sono tornati a casa.

A risolvere provvede l’ultimo brano, No other. Musica d’ambiente, avvolgente come una coperta calda; la voce scende nel registro che le è più congeniale, i violini si limitano a sostenerla. Siamo arrivati, finalmente, davanti a un caminetto con un bicchiere di vino rosso in mano.

 01/04/2013 Federico De Carli

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La musica dei mondi di Ludovico Einaudi

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Una porta dimensionale verso realtà ancestrali: o futuristiche

La musica dei mondi di Ludovico Einaudi

Il nuovo lavoro del musicista torinese a tre anni di distanza da “Nightbook”

Chissà come dovevano immaginare la musica dei corpi celesti nelle loro rivoluzioni astrali i teorici di molti secoli fa, quando Boezio parlò per la prima volta di musica mundana. Musica basata sul numero e ordinata secondo regole – diremmo oggi – scientifiche, matematiche.

E’ questa la prima domanda che ci si potrebbe porre ascoltando In a time lapse, brano eponimo dell’ultimo lavoro di Ludovico Einaudi. L’impressione è quella di sentirli davvero, i movimenti delle sfere universali all’interno del loro spazio. Musica creata dal movimento e che crea dunque movimento, circolare, parte da sé e su sé stessa torna.

Il ricorso al numero come struttura portante non è casuale: spesso si tratta di cellule minimali che diventano veri e propri spunti tematici, e quindi ricorrenti con sempre nuove elaborazioni e aggiunte, fino a diventare organismi completi. Come in un frattale: così in piccolo, così in grande. Non succede mai molto, si potrebbe obiettare: solo lo stretto necessario, si evita il superfluo, come ai tempi della Creazione. E anche qui la musica si crea da sé.

Siamo dunque ben lontani dalla forma canzone; non c’è il testo a enunciare il messaggio, qui la comunicazione è spesso affidata più al silenzio, alle pause dilatate fra una nota e l’altra. Il tempo si annulla, forse ci troviamo davvero un attimo prima che l’Universo abbia inizio; la musica dell’innatismo, l’abbiamo dentro senza sapere come, e quando l’ascoltiamo ci sembra ovvio di conoscerla, e riconoscerla.

A volte sembra di ascoltare la traduzione di una struttura poetica, con suoni extradiegetici e digitali: la costruzione armonica è concentrata in un ambito ristretto, e forse questo aiuta il cammino. Non ci sono strade precostituite da seguire; è libero susseguirsi di passi.

Una musica che è quindi condivisione, è una passeggiata con gli amici senza la mediazione della ragione che ci farebbe chiedere il perché del passeggiare; una musica peripatetica, per così dire. Definiamola pure minimalista, ma non alla Philip Glass o alla Michael Nyman, riferiamoci piuttosto al minimalismo figurativo: tessuto essenziale e scarno, pochi e ricorrenti elementi.

Spesso la melodia è invariata mentre è la linea del basso a creare il movimento armonico: come quando crediamo di stare fermi sul nostro pianeta e in realtà è il mondo circostante a ruotare (Discovery at nightRun). Altre volte invece la melodia ricorda i paesaggi della musica new-age, ma non è quasi mai descrittiva. Anzi, Two trees farebbe immaginare qualcosa di statico nel suo titolo, e invece è il brano dove forse la melodia è maggiormente mobile, verrebbe da pensare più propriamente a due uccelli in traiettoria radente, o due api che si fermano e poi ripartono.

Brother è il brano dall’atmosfera più rarefatta: è l’alba. Poi qualcosa galoppa (è il sole?). Archi ruvidi a volo d’uccello scandiscono il cambiamento, un arpeggio zampilla incalzante, qualcosa sopraggiunge a battere i quarti. Inizia un crescendo stratificato, il giorno si è fatto, e il pianoforte riverbera quando si ferma la corsa.

Run arriva in punta di piedi. Ancora l’arpeggio fisso con basso mobile, e la melodia a incastrarsi in tutto questo. Risuona in lontananza un canone alla Pachelbel, o il barocco di Händel. La chiusura è circolare, ma non si arriva a una definitiva risoluzione.
Interessante la struttura di Experience: qui la melodia alta fa da bordone a quella intermedia. Archi omoritmici e omofonici aspettano un violino che raddoppi il tutto, un ritmo batte i quarti. Sembra di essere in un film in bianconero di Bela Tarr.

Un concept album? Forse sì, un intervallo di tempo che va dal primo istante del mondo fino al suo ultimo battito vitale. E così, come conclusione logica Life accompagna questo cammino: campanellini e arpeggio di carillon, sembra di essere in una culla. La melodia, per una volta, sarebbe addirittura cantabile, quasi una ninna-nanna, ma un violino la trasforma e la porta a un galoppo orchestrale, poi a una giga di archi con pianoforte minimale. Chiusura circolare, ancora carillon e campanellini. E la luce sia.

22/02/2013  Federico De Carli

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