Il Pinocchio di Enzo D’Alò

Il Pinocchio di Enzo D’Alò, da poco distribuito nelle sale cinematografiche

Il bambino che doveva mentire: quasi sempre

Una nuova interpretazione del capolavoro collodiano a 130 anni dalla prima pubblicazione

Una delle cose, incredibili e paradossali, che ci insegna la filosofia estetica è che il Bello artistico non è una manifestazione soggettiva, dipendente dal gusto del singolo, ma qualcosa che appartiene all’oggetto e non all’osservatore.

Se accettiamo questa possibilità, allora ci spieghiamo come sia possibile che tante opere del passato giungano fino a noi, e quindi come, per esempio, l’incipit della quinta sinfonia di Beethoven possa interessare al primo ascolto le orecchie acerbe di un ragazzo d’oggi.

Sembra essere proprio questa la sorte toccata al Pinocchio di Carlo Collodi, che a partire dal 1883, data della prima pubblicazione, non ha conosciuto soste nell’interesse suscitato dalla arti letterarie o rappresentative nel tentarne una nuova interpretazione alla luce delle tecniche specifiche del tempo. Dal 1940 infatti, data di scadenza dei diritti d’autore, la fiaba di Collodi è stata ripetutamente riproposta, dal cinema al teatro, dalla musica al fumetto, con varie fortune culturali e commerciali.

Nell’ambito cinematografico la versione di riferimento è quella disneyana, datata proprio 1940. Le tecniche utilizzate all’epoca erano senz’altro innovative, ma in Europa (che in quel periodo era preoccupata da altre questioni, non certo culturali) fu possibile notarlo solo in seguito. Anche il plot narrativo subiva qui un’interpretazione necessariamente favolistica, e alcuni personaggi erano stati omessi perché arbitrariamente ritenuti irrilevanti; se di fiaba di doveva trattare, allora che fosse esclusivamente per un pubblico infantile, al massimo adolescente.

La nuova rivisitazione del capolavoro di Collodi, datata 2013 e targata Enzo D’Alò, supera certamente i limiti del cartone Disney. La scelta di mantenere l’ambito rappresentativo a quello dell’animazione si rivela una scelta felice, almeno a considerare l’affluenza di pubblico nelle sale; bambini, ovviamente accompagnati. Questo ci dovrebbe far riflettere sul target di quest’opera cinematografica, come in generale su quello dell’opera Pinocchio. Siamo davvero davanti a una fiaba, per piccoli e grandi? La critica sull’opera collodiana è discordante. Da un punto di vista meramente analitico Pinocchio rispetta tutti (o quasi) i trentuno punti costitutivi con cui il formalista Vladimir Jakovlevič Propp aveva classificato le favole della sua epoca (Morfologia della fiaba è del 1928, quindi forse anche Pinocchio era finito nella sua rete tassonomica); da un altro punto di vista il burattino (che in realtà è una marionetta, perché agito da fili: ecco la sua prima bugia) riveste ben altri simboli, da quelli religiosi (il bambino costretto a mentire anche sulla propria natura che giunge poi all’agnizione del suo personaggio, e alla trasformazione fisica della sua natura, nonché la permanenza nella balena, come il biblico profeta Giona) a quelli morali (il padre gli dona in maniera prodigiosa la vita, e lui gliela restituisce tirandolo fuori dalla balena). Calvino vedeva in Pinocchio l’unico esempio di romanzo picaresco italico. Ma i risvolti interpretativi sono innumerevoli e da oggi continueranno probabilmente a crescere.

La sceneggiatura di D’alò fa tornare in vista alcune pieghe accavallate dell’originale stesura dell’opera, come alcuni suoi personaggi, che l’unica versione paritetica di riferimento, quella disneyana, aveva, come detto, gettato nell’oblio. Una di queste è il Pescatore Verde, mirabilmente (e, a un anno dalla scomparsa, un po’ tristemente) doppiato da Lucio Dalla. E’ una figura, quella del Pescatore, che cambia notevolmente l’indirizzo della fabula, e di conseguenza dell’intreccio; agisce come un filtro, che separa i pesci buoni da quelli cattivi, una sorta di Provvidenza che alla fine tutto aggiusta. Ecco che la fiaba si trasforma in qualcosa di più, qualcosa che dovrebbe allertare anche i sensi di un adulto. Come accade anche con la figura della Fata, che altre rappresentazioni vogliono donna adulta (o anche madre potenziale di Pinocchio, come nella versione di Comencini) ma nella versione originale è bambina, sorella o forse futura sposa del burattino umanizzato.

Parlando del segno grafico, è interessante la scelta che ha premiato Lorenzo Mattotti, fra le migliori matite del mondo, a caratterizzare con il suo tratto l’ambientazione (finalmente) toscana e personaggi a volte antropomorfi e a volte no; difficile deve essere stato farli coesistere.

Mattotti è quanto di più eclettico e duttile si possa trovare nel mondo della graphic novel del nostro periodo, con i suoi tratti onirici e evocativi di Da un certo punto di vista a quelli bidimensionali con personaggi dai colli alla Modigliani de Il richiamo, dai colori pastello magnificamente sfumati di Fuochi al tratto bianconero tragico e veloce di Stigmate. Forse però è con le tavole di Pinocchio del 1990 che si intravedono i prodromi di quel che sarà il lungometraggio attuale; il segno sincretico si fa caratterizzato, il chiaroscuro si fa colore cangiante e coerente.

Ultimo aspetto, ma solo perché più malinconico: la musica è di Lucio Dalla, come detto, e da lui stesso cantata fino alla settimana precedente alla prematura scomparsa. Un grande esempio di musica cucita su misura ai personaggi, come opera d’alta sartoria, capace di narrare anche quando la parola manca, e di riempire gli spazi volutamente lasciati vuoti.

Titoli di coda sul grande Lucio: e proprio al finire dello scorrere di questi, ecco l’immagine del Pinocchio-personaggio, a capo chino e riverente, sui tre simboli del musicista posati a terra: zucchetto, occhiali rotondi e clarinetto. Buona fortuna, per la vita che verrà.

02/03/2013 Federico De Carli

Pinocchio - D'Alò_locandina|

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